Infertilità maschile

Dr. Giorgio CavalliniNovità in tema di infertilità maschile

Nel corso del XXV Congresso Nazionale della Società Italiana di Andrologia, tenutosi a Catania il 10-13 giugno 2009 sono stati presentati dal dr. Giorgio Cavallini i risultati preliminari di una ricerca durata 5 anni riguardante le alterazioni spermatiche severe. Tale ricerca ha coinvolto oltre al dr. Cavallini il laboratorio di seminologia avanzata e l’unità operativa “Concepimenti Assistiti” del SISMER di Bologna.

Questa ricerca è stata iniziata nel 2004 sulla base di dati precedenti dello stesso gruppo sulle alterazioni del numero dei cromosomi spermatici nei pazienti infertili e sull’ uso di un cocktail antiossidante in particolari forme di infertilità maschile. Le alterazioni del numero dei cromosomi spermatici sono molto frequenti nei soggetti con alterazioni del seme e si ritiene siano associate ad insuccessi della procreazione medicalmente assistita e più precisamente della ICSI (acronimo di iniezione intra-citoplasmatica di spermatozoo). Scuole di pensiero accreditate indicano che i radicali liberi dell’ossigeno potrebbero essere una della cause della alterazioni cromosomiche. In tutto sono state trattate 28 coppie con infertilità la cui unica possibilità di avere un figlio proprio era ricorrere alla fecondazione assistita. Tutte queste coppie avevano già eseguito senza successo un precedente ciclo di fecondazione assistita-ICSI. Il partner maschile aveva una concentrazione spermatica inferiore ai 2 milioni/ml (la normalità è 20 milioni ml.) che non era possibile curare senza ricorrere a fecondazione assistita. Prima e dopo una terapia con un cocktail di antiossidanti sono state confrontate:  motilità, morfologia e concentrazione degli spermatozoi, nonché dei cromosomi e risultati della fecondazione assistita.  Il numero, la morfologia e la motilità spermatica non sono cambiate dopo terapia, mentre si sono rivelate interessanti novità a carico del numero di cromosomi per spermatozoo e dei risultati della fecondazione assistita. In 19 coppie in cui si era assistito ad un miglioramento cromosomico si sono avuti 8 bimbi nati a termine, mentre solo 1 delle 9 coppie in cui la terapia non era stata efficace per migliorare il numero di cromosomi per spermatozoo ha avuto un bimbo. Non si sono rilevate malformazioni a carico dei nati. Il basso numero di coppie trattate consiglia di valutare con prudenza estrema questi risultati.  Attualmente non sappiamo a priori quali siano le coppie in grado di rispondere o meno alla terapia.

In ogni caso ricerche simili e contemporanee provenienti dall’Università La Sapienza di Roma, dall’Università del Kent, e di Adelaide (Australia del Sud) che utilizzano terapie antiossidanti simili alla nostra stanno dimostrando risultati del tutto analoghi. E’ una strada da battere, con prudenza, ma da fare.